sabato 31 luglio 2010

Esodo1

Ritiro sull' Esodo Marzo 2010

- Capitolo 1

I. LA LIBERAZIONE DALL'EGITTO

1Questi sono i nomi dei figli d'Israele entrati in Egitto con Giacobbe e arrivati ognuno con la sua famiglia: 2Ruben, Simeone, Levi e Giuda, 3Issacar, Zàbulon e Beniamino, 4Dan e Nèftali, Gad e Aser. 5Tutte le persone nate da Giacobbe erano settanta, Giuseppe si trovava gia in Egitto. 6Giuseppe poi morì e così tutti i suoi fratelli e tutta quella generazione. 7I figli d'Israele prolificarono e crebbero, divennero numerosi e molto potenti e il paese ne fu ripieno.

Oppressione degli Ebrei

8Allora sorse sull'Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe.

 

  • Nella vita tutto passa anche la giovinezza spensierata, anche alcune condizioni favorevoli in cui si è vissuti ed improvvisamente può succedere di trovarsi  di fronte ad una situazione peggiore con nuovi attori desiderosi  di imporre i loro modelli di vita ed il loro potere. La vita che prima ci si era ritagliata con i suoi privilegi scompare per sempre e si è gettati in una avventura dura e non si vede come se ne possa uscire. 

 

9E disse al suo popolo: «Ecco che il popolo dei figli d'Israele è più numeroso e più forte di noi. 10Prendiamo provvedimenti nei suoi riguardi per impedire che aumenti, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese». 11Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro gravami, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses. 12Ma quanto più opprimevano il popolo, tanto più si moltiplicava e cresceva oltre misura; si cominciò a sentire come un incubo la presenza dei figli d'Israele. 13Per questo gli Egiziani fecero lavorare i figli d'Israele trattandoli duramente. 14Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi: e a tutti questi lavori li obbligarono con durezza.

 

  • Quando si rompono gli equilibri tra le popolazioni  spesso si insinua il pericolo  di prepotenze e disordini. Ecco perché sono importanti i programmi di integrazione perché conducono ad un minimo comun denominatore le varie umanità che quindi riconoscendosi come legittimi detentori di una somiglianza possono scambiare qualcosa tenendola come un tesoro che permette la loro vicinanza e convivenza.

 

15Poi il re d'Egitto disse alle levatrici degli Ebrei, delle quali una si chiamava Sifra e l'altra Pua: 16«Quando assistete al parto delle donne ebree, osservate quando il neonato è ancora tra le due sponde del sedile per il parto: se è un maschio, lo farete morire; se è una femmina, potrà vivere». 17Ma le levatrici temettero Dio: non fecero come aveva loro ordinato il re d'Egitto e lasciarono vivere i bambini. 18Il re d'Egitto chiamò le levatrici e disse loro: «Perché avete fatto questo e avete lasciato vivere i bambini?». 19Le levatrici risposero al faraone: «Le donne ebree non sono come le egiziane: sono piene di vitalità: prima che arrivi presso di loro la levatrice, hanno gia partorito!». 20Dio beneficò le levatrici.

 

  • Le levatrici sono come le insegnanti dei bimbi Rom di Lambrate che se ne sono presi cura di fronte alle istanze respingenti di altri cittadini presi solo dalla paura simile a quella di Faraone.

 

Il popolo aumentò e divenne molto forte. 21E poiché le levatrici avevano temuto Dio, egli diede loro una numerosa famiglia. 22Allora il faraone diede quest'ordine a tutto il suo popolo: «Ogni figlio maschio che nascerà agli Ebrei, lo getterete nel Nilo, ma lascerete vivere ogni figlia».

2. GIOVINEZZA E VOCAZIONE DI MOSE'

1Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. 2La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. 3Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. 4La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto. 5Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6L'aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «E' un bambino degli Ebrei». 7La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?». 8«Và», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo allattò. 10Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l'ho salvato dalle acque!».

 

Coinvolgendo sin da subito la parte avversa e cioè  la famiglia del Faraone capiamo che per il Signore non esistono a priori cattivi ma solo sistemi umani da attirare a sé qualsiasi siano le condizioni di partenza. Dio nel suo progetto non suscità Mosè  per metterlo contro il Faraone ma la dinamica è un’altra e cioè quella di mettere vicino alla casa del Faraone un uomo di Iasraele perché tra i due popoli possa esservi un’intesa. Ma né Mosè né né il faraone comprendono questo disegno per cui si mettono uno contro l’altro. Con Mosè Dio aveva pensato anche all’altro suo figlio il Faraone. Questi sicuramente sapeva che Mosè era un ebreo ma consente a tenerlo per amore della figlia. Ecco perché Dio nella lotta con il Faraone gli dà una possibilità dopo l’altra per accordarsi.

 

  • Questa storia di Mosè che da ebreo diventa di fatto egiziano è intrigante e ci si chiede come mai  Dio non abbia destinato per realizzare il suo disegno un uomo  cresciuto in seno al popolo. E così da subito apprendiamo che Dio per i suoi progetti fa sempre  tesoro dei ‘diversi’ perché sono questi che possono rompere i cerchi dell’omogeneo, dell’abitudine. Ed è attraverso il portatore della diversità che può accompagnarsi l’assoluta diversità di Dio che però non vuole i diversi perché rimangano estranei ma perché possano godere a vicenda della multiforme bellezza del non essere uguali.
  • Dio ha un progetto su ciascuno di noi, un progetto che viene da lontano come Mosè che nacque da un uomo ed una donna della famiglia di Levi. Ora vediamo solo una piccola parte della nostra vita ma Dio con essa sta scrivendo qualcosa di suo.

Fuga di Mosè  in Madian

11In quei giorni, Mosè, cresciuto in età, si recò dai suoi fratelli e notò i lavori pesanti da cui erano oppressi. Vide un Egiziano che colpiva un Ebreo, uno dei suoi fratelli. 12Voltatosi attorno e visto che non c'era nessuno, colpì a morte l'Egiziano e lo seppellì nella sabbia. 13Il giorno dopo, uscì di nuovo e, vedendo due Ebrei che stavano rissando, disse a quello che aveva torto: «Perché percuoti il tuo fratello?». 14Quegli rispose: «Chi ti ha costituito capo e giudice su di noi? Pensi forse di uccidermi, come hai ucciso l'Egiziano?». Allora Mosè ebbe paura e pensò: «Certamente la cosa si è risaputa». 15Poi il faraone sentì parlare di questo fatto e cercò di mettere a morte Mosè. Allora Mosè si allontanò dal faraone e si stabilì nel paese di Madian e sedette presso un pozzo.

 

  • Mosè aveva sicuramente mantenuto i suoi rapporti con la madre perché pur allevato come un figlio riconosce gli ebrei come suoi fratelli. La parola fratelli si trova citato 3 volte nel giro di 4 versetti e ciò sta ad indicare quanto contano i legami di sangue per ogni uomo e come questo legame sia è stato così forte da  fargli uccidere  un uomo. Mosè si trova spiazzato sia nei riguardi degli egiziani perché ne aveva ucciso  uno sia nei riguardi degli ebrei perché invece di mostrargli gratitudine lo temono. Mosè come Caino ebbe paura per ciò che aveva fatto e fugge lontano. Dio segna Caino perché non sia ucciso, e cioè gli dà un'altra possibilità anche attraverso la generazione di una discendenza, e permette a Mosè di sedersi presso un pozzo ( o ‘abitare’ vicino al pozzo come in altre traduzioni) offrendogli così un’altra possibilità. Si trova quindi vicino al pozzo ed è incerto sul suo destino: Non è più in quella terra straniera  né ebreo, né egiziano tuttavia nella difficoltà gli viene offerta un’altra occasione e questa volta il suo atto di generosità e di coraggio gli meritano un’accoglienza.

 

 

  • E’ un uomo che ci somiglia perché sta nell’animo di molti uomini levarsi per difendere qualcuno dalle ingiustizie.

 

  • Può succedere anche a noi di fare delle battaglie in difesa di qualcuno ma poi di trovarci non compresi proprio da parte di chi abbiamo difeso. Rimaniamo infatti spiazzati sia per aver affrontato il nemico, che ci comunque ci rimarrà nemico,  sia perché non ci sentiamo più coperti dalla nostra stessa parte. Il risultato di questa situazione è un forte abbattimento ed il sentirsi come naufraghi che non sanno dove sbattere la testa.

 

  • Sedette presso un pozzo: anche nelle più nere delle situazioni  se si guarda bene da qualche parte c’è sempre un pozzo da cui tirar fuori dell’acqua salutare.

 

  • Proviamo a vedere come nella nostra vita  siamo stati via dalla nostra terra, in altri luoghi, in altre tradizioni.

 

  • Mosè è un emigrato, uno sradicato. Questa è la base umana su cui Dio comincerà la sua opera.

 

16Ora il sacerdote di Madian aveva sette figlie. Esse vennero ad attingere acqua per riempire gli abbeveratoi e far bere il gregge del padre. 17Ma arrivarono alcuni pastori e le scacciarono. Allora Mosè si levò a difenderle e fece bere il loro bestiame. 18Tornate dal loro padre Reuel, questi disse loro: «Perché oggi avete fatto ritorno così in fretta?». 19Risposero: «Un Egiziano ci ha liberate dalle mani dei pastori; è stato lui che ha attinto per noi e ha dato da bere al gregge». 20Quegli disse alle figlie: «Dov'è? Perché avete lasciato là quell'uomo? Chiamatelo a mangiare il nostro cibo!». 21Così Mosè accettò di abitare con quell'uomo, che gli diede in moglie la propria figlia Zippora. 22Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: «Sono un emigrato in terra straniera!».

VOCAZIONE DI MOSE'

23Nel lungo corso di quegli anni, il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza con Abramo e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti e se ne prese pensiero

 

 

‘Dio si prende pensiero’ perché non ha creato l’uomo per lasciarlo solo su questa terra ma per salvarlo da se stesso e per celebrare con lui un incontro d’amore. Ogni uomo quindi che vive su questa terra è dentro questo piano di salvezza e verrà visitato da Dio quando non spererà più sulle sue sole forze. Quando all’inizio del primo capitolo si dice che i figli d’Israele prolificarono e crebbero divenendo potenti e famosi non viene aggiunta alcuna parola su un loro particolare rapporto con il Signore e quindi possiamo pensare che in quel periodo forse credettero più alla forza delle loro mani e della loro intelligenza.

Il roveto ardente

1Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. 2L'angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto.Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». 4Il Signore vide che si era avvicinato per vedere

 

  • Quando noi intraprendiamo un cammino verso di Lui egli se ne accorge e subito ci fa sentire la sua vicinanza.

 

e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!».

 

  • Mosè viene chiamato per nome. Dio ci conosce da sempre e in quel nome porta avanti anche la storia delle generazioni precedenti.

 

 

 

Rispose: «Eccomi!».

 

La risposta di Mosè è  immediata e tanto generosa nella risposta  da muoversi direttamente verso il roveto. E’ il moto del cuore che vuole darsi completamente quando è toccato dal soprannaturale. Tutte le mediazioni culturali cadono e si è pronti a tutto. Il convertito spesso si comporta così.

 

 5Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».

 

Il Signore gli mette davanti un ‘non’ per fargli intendere che tra i due piani  quello divino e quello umano occorre mantenere le distanze. Nello stesso tempo il Signore indica molto praticamente il modo per prendere coscienza di questa distanza.  La terra è una terra santa e quindi non può ricevere le impurità che i sandali portano con sè per aver calpestato il suolo del mondo e cioè quello in cui avviene di tutto : il bene ma anche il male.Togliersi i calzari significa mettersi di fronte a Dio con una primigenia innocenza che è anche un invito a diventare santi come quella terra  che è libera da ogni oppressione perché si trova in relazione con Dio.

 

PER NOI CHE MEDITIAMO LA ‘TERRA’ E (CIOE’ LO SPAZIO FISICO DOVE CI DISPONIAMO A MEDITARE)  PUO’ ESSERE IL LUOGO DOVE CI DISPONIAMO ALL’INCONTRO CON IL SIGNORE .                                                

 

 6E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».

 

Dio lega Mosè alla sua vera storia e a ciò che quei suoi padri avevano sperato per se stessi e per il popolo. Dunque ogni chiamata di Dio ha anche un aspetto di legame con la memoria familiare di ciascuno. Occorre anche che la memoria sia vista sotto due forme una passiva che ci ricordi la vita ed i valori degli antenati, l’altra attiva e cioè che diventi promotrice di quei valori che ci sono stati consegnati dalle generazioni precedenti.

 

Mosè allora si velò  il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

 

Quando Mosè disse: ”Eccomi” oltre alla nativa disponibilità nell’accogliere qualcosa di diverso, ed il testo ce lo fa capire quando dice che egli era curioso, non si immaginava che di lì a poco sarebbe stato vagliato nel profondo. La sua paura non è quindi legata al fatto d’aver fatto un incontro eccezionale ma perchè il Signore mette il dito sulla sua piaga e cioè quella d’aver dimenticato le sue origini ed il suo Dio.  Mosè qui ci ricorda Adamo quando all’avvicinarsi del Signore: “ 10Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto».

 

  • Quando la vita ci passa addosso senza che si possa legare ad un filo che continui il proprio passato sotto forma di una nuova sintesi aperta ad un futuro allora ci si sente come sospesi in un nulla che dal profondo grida per trovare un appiglio. La vita e il Signore non si offendono per la nostra vita senza memoria e ci aspettano sempre al di là del deserto con una nuova proposta ed un nuovo stimolo per ricominciare.

 

7Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze.

 

Dio non è lontano e la sua osservazione non è priva di partecipazione anzi è una partecipazione che si trattiene dall’intervenire. Aspetta che si levi il grido verso di lui e cioè aspetta che  gli uomini abbiano esaurito tutte le loro carte mondane. Rimane comunque che Dio guarda gli uomini, e qui in particolare il popolo di Israele con senso d’appartenenza e non di estraneità.

 

  • Dio conosce pure ‘ i sorveglianti’ e quindi, portando il discorso ai nostri tempi, conosce coloro che fanno prepotenze e non dobbiamo dunque  credere di trovarci da soli ad affrontarli o pensare che sia qualcosa che riguardi solo noi.

 

 

8Sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l'Hittita, l'Amorreo, il Perizzita, l'Eveo, il Gebuseo. 9

 

Dio al tempo opportuno scende e cioè fa vedere la sua azione nella storia e la sua  è  sempre un’azione di liberazione in cui toglie  gli uomini da una condizione di schiavitù.

 

  • Anche a livello personale è la stessa cosa e cioè lo toglie da una strada a senso unico ove va sicuramente a morte e gli indica una terra spaziosa dove poter incontrare i fratelli. Lo chiama dalla solitudine a vivere in comunità.

 

 

 

Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall'Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».

 

Non sarà più pastore al servizio di una storia diversa dalla sua ma ad una molto più grande ed impegnativa. Il Signore poi gli dà un potere che a ben vedere è sproporzionato rispetto a come lui stesso si sente e si vede. Dio ama quindi dare senza che questo suo dare  trasformi immediatamente la persona. Questo potere che Dio dà a Mosè diventerà realtà solo  nella temperie dei momenti difficili  e solo se Mosè ha avrà fiducia  in Lui.

 

  • Il compito è quello di liberare gli altri dal tormento ma questo lo si può fare solo se lo si è visto, se ci si è dislocati in un luogo diverso da se stessi e cioè quello di Dio in una compartecipazione che solo può assicurare un successo. Essere inviati non comporta solo il liberare gli altri dal loro tormento ma essere liberati contemporaneamente dal proprio. Mosè grazie all’eseguire il comando del Signore reimposta la sua vita.

 

11Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall'Egitto gli Israeliti?».

 

Qui Mosè ha un dubbio all’apparenza legittimo e cioè come potrà lui che si reputa un nulla convincere il faraone a far uscire gli Israeliti dall’Egitto.

 

 

  • Nello stesso modo anche a noi capita di trovarci di fronte a situazioni più grandi di noi e che vorremmo cambiare ma d’essere convinti di non poter far nulla tanto ci sentiamo impotenti. E così ci rassegniamo alla situazione esistente e ci assolviamo pure portando a nostra discolpa proprio l’inadeguatezza delle nostre forze. Mosè in questo suo dubbio ha cocente sulla pelle l’insuccesso dei passi di conciliazione fatti verso i suoi fratelli israeliti. Nello stesso modo succede a noi quando  ci rassegniamo a tirare solo le fila dei nostri personali insuccessi.

 

12Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall'Egitto, servirete Dio su questo monte».

 

Il Signore non dà altro che l’assicurazione che sarà vicino a Mosè e una promessa che il rapporto con Lui da parte del popolo continuerà anche dopo la liberazione. Il servizio al Signore è quindi la meta finale di questo cammino.

 

13Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!».

 

La risposta del Signore è legata al verbo essere che viene normalmente tradotto con: Io sono colui che sono, ma sono da notare alcune cose e cioè che il verbo essere in ebraico indica continuità e durata e quindi può essere io ero, io sono, io sarò.   Inoltre in ebraico il verbo essere non viene inteso con il significato del semplice esistere o dell’essere metafisico ma ha un valore concreto  di ‘essere in relazione. Ed allora abbiamo:

  1. ‘Esserci’: essere lì essere presente e quindi la traduzione potrebbe essere Io sono il presente, colui che ti è presente.
  2. ‘Essere con’ : già in es. 3,12 si trova “Io sarò con te” e quindi significa: Io sono insieme; Io ci sono per essere insieme a te: relazione. incontro personale
  3. ‘Essere per’ : atteggiamento che indica favore e vantaggio. Allora significa: Io sono dalla tua parte

 

Il libro dell’Apocalisse presenta Dio in una triplice forma: “Colui che è Che era e che viene”

E non che ‘sarà’  per indicare che Dio non lascia spazi vuoti e quindi è colui che ancora non arrivato sta arrivando. (Il commento ai questi versetti è di Claudio Doglio e qui  è stato  riportato in sintesi ) 

 

Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». 15Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.

 

Il Signore ripete in senso abbreviato il suo nome quasi che con questa sottrazione voglia attutire il peso del primo nome che potrebbe apparire troppo per Mosè e soprattutto per coloro che dopo avrebbero ascoltato o letto questo suo modo di presentarsi. Egli infatti vuole essere la Divinità che nella storia è entrato in relazione con i padri e adesso è in relazione con Mosè e lo sarà anche dopo con le generazioni future.

 

 

  • Noi che spesso viviamo la vita alla giornata dovremmo recuperare il passato per mettere a punto i momenti in cui Dio si è fatto più vicino o meglio in cui noi eravamo  nella migliore disposizione per ascoltarlo. Come pure dovremmo rivedere il rapporto tra noi e Dio non come una elevazione della nostra mente a Lui ma come un renderci conto attraverso la memoria dei punti di fuoco in cui noi l’abbiamo avvertito, di quelli in cui l’abbiamo tradito  e su di essi condurre ancora la nostra riflessione per capire di più qualcosa di noi e di Lui.

16Và! Riunisci gli anziani d'Israele e dì loro: Il Signore, Dio dei vostri padri, mi è apparso, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dicendo: Sono venuto a vedere voi e ciò che vien fatto a voi in Egitto.

 

La vocazione di Mosè  è ora quella di riunire i suoi fratelli ebrei e di non essere più occasione di divisione come quando aveva preso le difese di un israelita provocando la morte di un egiziano. Nel comando del Signore c’è quindi l’apertura di una nuova prospettiva, di un nuovo modo di guardare al passato perché non si ripeta ma venga cambiato. 

 

  • Quando siamo sollecitati ad intraprendere una nuova strada è perché veniamo aiutati a vedere con altri occhi la strada che abbiamo percorso. E’ come se facessimo una fotografia a 3D e questa istantanea avesse in sé la forza di motivarci a voltare pagina. Vediamo cioè non solo ciò che non va ma anche come possiamo uscirne arrivando così alla determinazione di non lasciarci sfuggire l’occasione che ci viene offerta.

 

Il Signore viene in soccorso degli Israeliti e non bada al fatto se essi si sono meritati questo castigo. Il Signore ha presente altro e viene solo per aiutare, per liberare da una oppressione che grida davanti alla sua giustizia. 

 

  • Dio quindi ci ama al di là del fatto dell’essere o meno giusti perchè conosce la durezza del nostro cuore e di come ci trasciniamo nel più profondo degli abissi sperando di trovare in noi stessi la luce per venirne fuori. Quando siamo sfiniti e non abbiamo più carte da giocare Egli è lì che vede la nostra oppressione e ci manda qualcuno per farci gustare qual è la vera luce.

 

 

17E ho detto: Vi farò uscire dalla umiliazione dell'Egitto verso il paese del Cananeo, dell'Hittita, dell'Amorreo, del Perizzita, dell'Eveo e del Gebuseo, verso un paese dove scorre latte e miele. 18Essi ascolteranno la tua voce e tu e gli anziani d'Israele andrete dal re di Egitto e gli riferirete: Il Signore, Dio degli Ebrei, si è presentato a noi. Ci sia permesso di andare nel deserto a tre giorni di cammino, per fare un sacrificio al Signore, nostro Dio. 19Io so che il re d'Egitto non vi permetterà di partire, se non con l'intervento di una mano forte. 20Stenderò dunque la mano e colpirò l'Egitto con tutti i prodigi che opererò in mezzo ad esso, dopo egli vi lascerà andare.

Mosè non solo riceve un compito ma anche viene aiutato da Signore che gli predice momenti importanti di ciò che succederà.

  • Un conto quindi è crearsi un compito e cercare di realizzarlo come momento importante della propria crescita personale e un altro essere inviati. Nell’essere inviati dal  Signore si può godere della forza della sua mano che protegge e conduce a compimento i suoi piani.

21Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani: quando partirete, non ve ne andrete a mani vuote. 22Ogni donna domanderà alla sua vicina e all'inquilina della sua casa oggetti di argento e oggetti d'oro e vesti; ne caricherete i vostri figli e le vostre figlie e spoglierete l'Egitto».

 

  • Dalle fiabe sappiamo che chi sa affrontare e vincere il drago poi potrà godere del tesoro a cui fa la guardia. E così succede anche qui perché la lotta avrà un esito positivo e si apriranno i forzieri dei persecutori.

 

1Mosè rispose: «Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore!». 2Il Signore gli disse: «Che hai in mano?». Rispose: «Un bastone». 3Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. 4Il Signore disse a Mosè: «Stendi la mano e prendilo per la coda!». Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. 5«Questo perché credano che ti è apparso il Signore, il Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». 6Il Signore gli disse ancora: «Introduci la mano nel seno!». Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. 7Egli disse: «Rimetti la mano nel seno!». Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco era tornata come il resto della sua carne. 8«Dunque se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! 9Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l'acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta».

Mosè è qui con tutta la sua esperienza passata e qui vediamo svolgersi una lotta tra il Signore ed il suo eletto. Il Signore accetta di lottare e noi  rimaniamo sempre meravigliati di come possa Dio, che è così infinitamente al di sopra dell’essere umano, rapportarsi in modo così soffice, così democratico, così misericordioso. Noi invece appena siamo sicuri d’avere in tasca un briciolo di verità siamo come uno tsunami che sconvolge tutto pur di vedere affermato ciò che riteniamo giusto.

10Mosè disse al Signore: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». 11Il Signore gli disse: «Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? 12Ora và! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». 13Mosè disse: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!».

 

Mosè si comporta così  perché forse si ricorda ancora delle sue uscite presso gli israeliti e di come non era riuscito a convincerli delle sue buone intenzioni.  Ed ecco però che nonostante il Signore gli abbia parlato della sua potenza e del far nuove tutte le cose Mosè non demorde e continua a resistere.

 

  • Dio dunque si fa carico anche della nostra debolezza, dei nostri limiti, delle nostre incapacità. Rispetta Mosè nel suo credere di non riuscire a fare ciò che gli chiede.

 

  • Che cosa ne dobbiamo ricavare da questo atteggiamento di Mosè? Che le nostre resistenze sono qualcosa di positivo e faremmo bene a prenderle in considerazione? Forse le nostre resistenze servono ad intercettare tutti coloro che hanno le stesse resistenze e che possono superarle grazie a qualcuno che non scivola sulla vita come se niente fosse , ma che pur avendole non si abbatte e spera in Dio. Ma anche che quando si intraprende una nuova via non per questo si è cambiati del tutto nel senso che le nostre inveterate abitudini fanno di nuovo capolino per cimentarsi con la nuova forza che abita il nostro cuore.

 

  • Chiediamoci se  anche per noi Dio si comporta così come con Mosè e cioè se ci suggerisce cosa dire nei momenti di difficoltà. Di sicuro c’è la promessa di Gesù che saremo aiutati a dare la nostra testimonianza in caso di persecuzioni.  Per il resto credo che se non si è mossi dalle proprie passioni è possibile riuscire ad intercettare il piano di luce  divino che non può essere separato completamente dalla percezione umana.

 

14Allora la collera del Signore si accese contro Mosè  e gli disse: «Non vi è forse il tuo fratello Aronne, il levita? Io so che lui sa parlar bene. Anzi sta venendoti incontro. Ti vedrà  e gioirà in cuor suo. 15Tu gli parlerai e metterai sulla sua bocca le parole da dire e io sarò con te e con lui mentre parlate e vi suggerirò quello che dovrete fare. 16Parlerà lui al popolo per te: allora egli sarà per te come bocca e tu farai per lui le veci di Dio. 17Terrai in mano questo bastone, con il quale tu compirai i prodigi».

Il Signore non è un uomo che si pente delle sue scelte nonostante la  testardaggine di Mosè e trova l’escamotage per permettere a Mosè di portare avanti la sua missione.

  • L’incontro con Aronne è simile a certi incontri che si dischiudono improvvisamente nel mistero della vita aprendo a due esistenze  che procedevano fino a quel momento separate  la possibilità di procedere unite per un’unica destinazione. Chiediamoci se  anche per noi Dio si comporta così e cioè se ci suggerisce cosa dire.

18Mosè partì, tornò  da Ietro suo suocero e gli disse: «Lascia che io parta e torni dai miei fratelli che sono in Egitto, per vedere se sono ancora vivi!». Ietro disse a Mosè: «Và pure in pace!». 19Il Signore disse a Mosè in Madian: «Và, torna in Egitto, perché sono morti quanti insidiavano la tua vita!». 20Mosè prese la moglie e i figli, li fece salire sull'asino e tornò nel paese di Egitto. Mosè prese in mano anche il bastone di Dio.

21Il Signore disse a Mosè: «Mentre tu parti per tornare in Egitto, sappi che tu compirai alla presenza del faraone tutti i prodigi che ti ho messi in mano; ma io indurirò il suo cuore ed egli non lascerà partire il mio popolo. 22 Allora tu dirai al faraone: Dice il Signore: Israele è il mio figlio primogenito. 23Io ti avevo detto: lascia partire il mio figlio perché mi serva! Ma tu hai rifiutato di lasciarlo partire. Ecco io faccio morire il tuo figlio primogenito!».

 

Qui assistiamo ad una lotta di potere ma sono due poteri contrapposti uno nel versante del bene e l’altro del male e cioè come dominio dell’uomo sull’uomo. Questo scontro iniziale è come un là che da senso a tutta la storia seguente dell’umanità. Non esiste infatti un potere più forte del potere divino e questo devono saperlo tutte le generazioni. Chi vince è sempre Dio anche se dopo nella storia questa vittoria non sembrerà risaltare in modo così paradigmatico. Dio però non è prepotente come il Faraone ma mette le cose in modo che egli possa convertirsi anche se afferma che indurirà il suo cuore. Forse questo indurimento è voluto perché egli possa recuperare il vero senso del suo potere. Diversamente non si sarebbe accorto che qualcosa di nuovo stava per sorgere nella storia. Se si fosse semplicemente opposto come in qualsiasi atto di governo non avrebbe avuto la percezione di ciò che stava succedendo. Dio però vuole toccare il cuore del Faraone e per questo lo morde proprio alla radice di ciò che gli sta più a cuore: il potere. Il suo potere quindi non è solo un qualcosa a cui ha diritto per principio divino e per eredità ma è un qualcosa di cui deve rispondere a Chi gliene chiederà conto.

 

  • La nostra vita non è un qualcosa che ci appartiene e di cui possiamo farne ciò che vogliamo ma  è un qualcosa di cui rendere conto quando all’occorrenza siamo chiamati a prendere una decisione.

 

24Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne contro e cercò  di farlo morire. 25 Allora Zippora prese una selce tagliente, recise il prepuzio del figlio e con quello gli toccò i piedi e disse: «Tu sei per me uno sposo di sangue». 26 Allora si ritirò da lui. Essa aveva detto sposo di sangue a causa della circoncisione.

 

Strana sorte dell’uomo Mosè che da un parte si vede investito suo malgrado di un mandato e poi quando ci crede e si mette in cammino viene affrontato duramente dal Signore che vuol farlo morire. Dobbiamo qui capire che il Signore non voleva che lui andasse così com’era dai suoi fratelli. Come mai? Una possibile interpretazione è quella in cui un uomo inviato dal Signore non può mettere mano al Suo mandato senza essere inserito in pieno diritto nel suo popolo. E cosa mancava a Mosè? Mancava la circoncisione quale segno di  appartenenza al popolo degli israeliti. Mosè viene salvato dalla moglie che capisce cosa sono i vincoli di sangue.  Mosè era ormai preso dai pensieri del  suo grave compito ma l’azione di Zippora gli fa capire che solo riconciliandosi con il suo passato e con le sue origini potrà riprendere il cammino. Inoltre c’è da tener presente anche la vita di Mosè e quel sangue da lui sparso uccidendo l’egiziano. Come può infatti un uomo, che sarà il capo di un futuro popolo, mettersi a capo di una lotta di liberazione e  continuare a parlare con Dio se dentro di lui non sia avvenuto un cambiamento radicale? La lotta con Dio è questo tu per tu radicale dove Mosè non ha forze e possibilità di vincere. Mosè che si poteva permettere di dire al Signore: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!» ora non ha più parole ed è alla merce di una forza più grande. Zippora sicuramente ispirata dal Signore lo salva ed ormai la sua vita non sarà più sua ma del Signore che l’ha messa duramente alla prova per ristabilire le giuste distanze  e dargli la giusta prospettiva nel mettere in pratica il mandato ricevuto.

 

  • Anche nella vita di ciascuno di noi arriva il momento della resa dei conti o meglio della resa alla verità ed allora si lotterà con il Signore e ci sarà sicuramente una Zippora da ringraziare per aver avuto salva la vita e per aver avuto la possibilità di procedere verso l’orizzonte che Dio ci ha preparato con il cuore leggero pieno di speranza.

 

27Il Signore disse ad Aronne: «Và incontro a Mosè nel deserto!». Andò e lo incontrò  al monte di Dio e lo baciò. 28Mosè riferì ad Aronne tutte le parole con le quali il Signore lo aveva inviato e tutti i segni con i quali l'aveva accreditato. 29Mosè e Aronne andarono e adunarono tutti gli anziani degli Israeliti. 30Aronne parlò al popolo, riferendo tutte le parole che il Signore aveva dette a Mosè, e compì i segni davanti agli occhi del popolo. 31Allora il popolo credette. Essi intesero che il Signore aveva visitato gli Israeliti e che aveva visto la loro afflizione; si inginocchiarono e si prostrarono.

Esodo - Capitolo 5

1Dopo, Mosè e Aronne vennero dal Faraone e gli annunziarono: «Dice il Signore, il Dio d'Israele: Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!».

 

Il Signore vuole che il popolo gli celebri una festa nel deserto mentre più sopra si parla di ‘sacrificio’ e quindi qui si capisce come tutto ciò che riguarda il Signore non è soltanto un atteggiamento verticale verso di Lui ma un qualcosa che riguarda anche la dimensione orizzontale come appunto è la celebrazione di una festa. O meglio si può dire che la festa abbraccia tutti :Dio e gli uomimi.

 

  • Una comunità che faccia solo sacrifici o liturgie, financo quella della messa, e non fa festa e non è gioiosa non somiglia a ciò che il Signore ha immaginato per noi uomini.

 

2Il faraone rispose: «Chi è il Signore, perché io debba ascoltare la sua voce per lasciar partire Israele? Non conosco il Signore e neppure lascerò partire Israele!».

 

Tutti i Faraoni della storia e cioè coloro che credono di detenere il potere assoluto si comportano così e cioè  non possono riconoscere un altro potere che voglia liberare dall’asservimento coloro che sono loro sottoposti.

  

3Ripresero: «Il Dio degli Ebrei si è presentato a noi. Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio, perché  non ci colpisca di peste o di spada!». 4Il re di Egitto disse loro: «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori!». 5Il faraone aggiunse: «Ecco, ora sono numerosi più del popolo del paese, voi li vorreste far cessare dai lavori forzati!».

 

Qui possiamo ravvisare l’antenato di tutti  i movimenti operai della storia e delle loro giuste rivendicazioni in favore dei lavoratori quando le dure condizioni del lavoro li alienano dalla loro umanità. Il faraone  dal suo punto di vista non ha tutti i torti perché le masse unite da legami di sangue o da una ideologia in modo inconscio premono proprio per l’accrescersi del loro numero e quindi mettono in crisi gli equilibri esistenti. Questi equilibri però il più delle volte sono di per sé squilibrati e cioè a favore di una sola delle parti, come ad es. vediamo qui in Egitto, ma  la stessa cosa si può vedere anche oggi nei rapporti tra i cittadini extracomunitari e i cittadini europei. Il Faraone quindi non può pensare diversamente salvo che qualcuno non vada a dirgli che così non va bene e chi può avere questa forza di opporsi ad un potere così potente se non uno più potente ma anche giusto?

 

  • Non allontaniamo però da noi il negativo rappresentato dal Faraone quasi che riguardasse solo lui ed invece  riguarda anche noi ! Il problema è quello di sapere se nell’ambito delle cose che organizziamo o dove abbiamo potere abbiamo aperto dei varchi dove possa giungerci qualcosa di diverso che possa modificare sia il nostro comportamento che il nostro pensiero. C’è spazio per il diverso e per il diverso che non ci somiglia?

Gli israeliti hanno capito che il Signore è  dalla loro parte ma aggiungono qualcosa che il Signore non aveva detto e cioè che Dio li avrebbe colpito di peste e di spada se non fossero partiti. Si ripete qui quello che successe con Eva ed il serpente e cioè una distorsione delle parole del Signore. Questa distorsione è così umana, così nostra che ne siamo pieni fino ai capelli. Facciamo dire a Dio cose che Lui non ha mai detto e gettiamo sulla sua persona ciò che è frutto di una nostra proiezione. Dal momento che ci si mette in contrasto con la possibilità stessa di ricevere un dono che sia  veramente liberante  e quindi non condizionato da un asservimento allora si cambiano i termini di ciò che avviene. Il Signore non aveva detto agli israeliti di andare nel deserto come se dipendesse dalle loro forze riuscire in quest’impresa ma solo di andare dal Faraone per ottenere il permesso. E l’ottenimento o meno del permesso non può diventare l’occasione per Dio per punire il popolo. Il Signore vuole giocare la sua partita con il faraone e non con il popolo. Una diversa partita si sarebbe aperta se gli israeliti avessero rifiutato la proposta di Mosè.  Essi però hanno nel cuore comunque il Dio terribile che punisce e quindi anche il non ottenimento del permesso da parte del Faraone li getta nella paura. L’unica cosa che ora pensano è quella di essere presenti a quell’appuntamento nel deserto ed allora inventano la storia della peste e della spada forse per impietosire ma anche per minacciare il Faraone perché la peste avrebbe potuto essere contagiosa anche per gli egiziani.

6In quel giorno il faraone diede questi ordini ai sorveglianti del popolo e ai suoi scribi: «7Non darete più la paglia al popolo per fabbricare i mattoni come facevate prima. Si procureranno da sé la paglia. 8Però voi dovete esigere il numero di mattoni che facevano prima, senza ridurlo. Perché sono fannulloni; per questo protestano: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio! 9Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!».

 

Il Faraone ha capito tutto e cioè che gli israeliti hanno del tempo a disposizione e lo perdono dietro a Mosè ed Aronne che gli gonfiano la testa e la fantasia con le loro parole e le loro promesse. In questo modo egli diventa espressione dell’uomo dispotico che non si contenta delle braccia ma vuole il cuore, le idee: vuole tutto.

 

  • E che cosa abbiamo nella nostra società che oltre al lavoro vuole anche l’occupazione completa di ogni nostro respiro?

 

 

10I sorveglianti del popolo e gli scribi uscirono e parlarono al popolo: «Ha ordinato il faraone: Io non vi dò più paglia. 11Voi stessi andate a procurarvela dove ne troverete, ma non diminuisca il vostro lavoro». 12Il popolo si disperse in tutto il paese d'Egitto a raccattare stoppie da usare come paglia. 13Ma i sorveglianti li sollecitavano dicendo: «Porterete a termine il vostro lavoro; ogni giorno il quantitativo giornaliero, come quando vi era la paglia». 14Bastonarono gli scribi degli Israeliti, quelli che i sorveglianti del faraone avevano costituiti loro capi, dicendo: «Perché non avete portato a termine anche ieri e oggi, come prima, il vostro numero di mattoni?». 15Allora gli scribi degli Israeliti vennero dal faraone a reclamare, dicendo: «Perché tratti così i tuoi servi? 16Paglia non vien data ai tuoi servi, ma i mattoni - ci si dice - fateli! Ed ecco i tuoi servi sono bastonati e la colpa è del tuo popolo!». 17Rispose: «Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. 18Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni». 19Gli scribi degli Israeliti si videro ridotti a mal partito, quando fu loro detto: «Non diminuirete affatto il numero giornaliero dei mattoni». 20 Quando, uscendo dalla presenza del faraone, incontrarono Mosè e Aronne che stavano ad aspettarli, 21dissero loro: «Il Signore proceda contro di voi e giudichi; perché ci avete resi odiosi agli occhi del faraone e agli occhi dei suoi ministri, mettendo loro in mano la spada per ucciderci!». 22Allora Mosè si rivolse al Signore e disse: «Mio Signore, perché hai maltrattato questo popolo? Perché dunque mi hai inviato? 23Da quando sono venuto dal faraone per parlargli in tuo nome, egli ha fatto del male a questo popolo e tu non hai per nulla liberato il tuo popolo!».
 
 

Esodo - Capitolo 6

 
 
1Il Signore disse a Mosè: «Ora vedrai quello che sto per fare al faraone con mano potente, li lascerà andare, anzi con mano potente li caccerà dal suo paese!».

 

  • Non basta quindi che la causa sia giusta per portarla avanti vittoriosa e non basta essere sicuri di avere dalla propria parte il Signore. E quest’ultima cosa può capitare nella vita di un uomo quando ci si accorge d’essere in sintonia con la parola di liberazione del Signore, ma capita che nella lotta per affermare il valore Dio non vuole che ne usciamo subito vincitori  perché vuole che  lo stesso lottare sia di testimonianza per il nemico.

 

2Dio parlò a Mosè  e gli disse: «Io sono il Signore! 3Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ma con il mio nome di Signore non mi son manifestato a loro. 4Ho anche stabilito la mia alleanza con loro, per dar loro il paese di Canaan, quel paese dov'essi soggiornarono come forestieri. 5Sono ancora io che ho udito il lamento degli Israeliti asserviti dagli Egiziani e mi sono ricordato della mia alleanza. 6Per questo dì agli Israeliti: Io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi. 7Io vi prenderò come mio popolo e diventerò il vostro Dio. Voi saprete che io sono il Signore, il vostro Dio, che vi sottrarrà ai gravami degli Egiziani. 8Vi farò entrare nel paese che ho giurato a mano alzata di dare ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, e ve lo darò in possesso: io sono il Signore!».

9Mosè parlò così agli Israeliti, ma essi non ascoltarono Mosè, perché erano all'estremo della sopportazione per la dura schiavitù. 10 Il Signore parlò a Mosè:  11«Và e parla al faraone re d'Egitto, perché lasci partire dal suo paese gli Israeliti!». 12Mosè disse alla presenza del Signore: «Ecco gli Israeliti non mi hanno ascoltato: come vorrà ascoltarmi il faraone, mentre io ho la parola impacciata?». 13Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e diede loro un incarico presso gli Israeliti e presso il faraone re d'Egitto, per far uscire gli Israeliti dal paese d'Egitto.

14Questi sono i capi delle loro famiglie. Figli di Ruben, primogenito d'Israele: Enoch, Pallu, Chezron e Carmi; queste sono le famiglie di Ruben.

15Figli di Simeone: Iemuel, Iamin, Oad, Iachin, Socar e Saul, figlio della Cananea; queste sono le famiglie di Simeone.

16Questi sono i nomi dei figli di Levi secondo le loro generazioni: Gherson, Keat, Merari. Ora gli anni della vita di Levi furono centotrentasette.

17Figli di Gherson: Libni e Simei secondo le loro famiglie.

18Figli di Keat: Amran, Isear, Ebron e Uzziel. Ora gli anni della vita di Keat furono centotrentatrè. 

19Figli di Merari: Macli e Musi; queste sono le famiglie di Levi secondo le loro generazioni.

20Amram prese in moglie Iochebed, sua zia, la quale gli partorì Aronne e Mosè. Ora gli anni della vita di Amram furono centotrentasette.

21Figli di Isear: Core, Nefeg e Zicri.

22Figli di Uzziel: Misael, Elsafan, Sitri.

23Aronne prese in moglie Elisabetta, figlia di Amminadab, sorella di Nacason, dalla quale ebbe i figli Nadab, Abiu, Eleazaro e Itamar.

24Figli di Core: Assir, Elkana e Abiasaf; queste sono le famiglie dei Coreiti.

25Eleazaro, figlio di Aronne, prese in moglie una figlia di Putiel, la quale gli partorì Pincas. Questi sono i capi delle casate dei leviti, ordinati con le loro famiglie.

26Sono questi quell'Aronne e quel Mosè ai quali il Signore disse: «Fate uscire dal paese d'Egitto gli Israeliti, secondo le loro schiere!».

27Questi dissero al faraone re d'Egitto di lasciar uscire dall'Egitto gli Israeliti: Sono Mosè e Aronne.

Per la prima volta nella storia entrano non i nomi dei Faraoni o dei re o delle persone importanti ma di coloro che si sono messi a credere anche se nell’imperfezione del loro modo di agire.

  • Il Signore ci prende così come siamo: imperfetti, pieni di pregiudizi ma lui è paziente.

28Questo avvenne quando il Signore parlò a Mosè nel paese di Egitto: 29il Signore disse a Mosè: «Io sono il Signore! Riferisci al faraone, re d'Egitto, quanto io ti dico». 30Mosè disse alla presenza del Signore: «Ecco ho la parola impacciata e come il faraone vorrà ascoltarmi?».


venerdì 12 marzo 2010

IL LINGUAGGIO DEL DONO


Pensiero prima della meditazione


Noi donne ed uomini oltre a mangiare e bere viviamo di immaginario sia il nostro personale che quello letterario. televisivo e chi più ne ha più ne mette. Abbiamo pure un angolo del nostro cuore impegnato con il Signore almeno per coloro che ve lo hanno insediato. Il problema del credente anche per quello che di fatto è più vicino al Signore è sempre quello di sentirsi vicino al Signore. Ebbene sia per l’uno che per l’altro c’è sofferenza se non si sente che corrisponde al grido del cuore. Vorremmo che il Signore fosse vicino, ci parlasse, ci indicasse la via ma non l’abbiamo dall’altra parte del nostro cellulare e Lui tace o almeno non usa i nostri mezzi di comunicazione. Eppure Dio ci parla e perché il suo messaggio fosse il più completo possibile ci ha lasciato la sua Parola che è quella che troviamo nei testi sacri. Ecco quando la leggiamo è Dio che ci parla, che ci dice cosa vuole da noi ed lì che ispira le sue parole segrete e le folgoranti intuizioni che diventano le strade maestre della nostra vita.


Marco - Capitolo 14

1Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. 2Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo». 3Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l'unguento sul suo capo. 4Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro: «Perché tutto questo spreco di olio profumato? 5Si poteva benissimo vendere quest'olio a più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un'opera buona; 7i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. 8Essa ha fatto ciò ch'era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto». 10Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. 11Quelli all'udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l'occasione opportuna per consegnarlo.


In questi 11 versetti c’è tutto dalla pietà alla gratitudine alla furia alla falsa allegria e al tradimento. Su di tutti a parte Gesù campeggiano due figure ‘una donna’ e Giuda. La donna compie l’atto stupendo di versare il nardo prezioso sul capo di Gesù. E’ quest’ atto che scatena ogni sentina di passioni negative. Si concretizza cioè di fronte agli ’infuriati’ la celebrazione di un dono che essi dal loro punto di vista non potevano capire. Come si può bruciare infatti qualcosa che può produrre denaro così inutilmente? Essi non comprendono che vi sono piani dell’essere in cui le cose possono diventare dei simboli forti di un qualcosa che le parole non potrebbero significare completamente. E come le parole si possono usare senza badare al loro valore commerciale così anche le cose vengono sottratte a questo dominio in modo totale. E quindi chi non sta dentro a quel modo di significare non può che scandalizzarsi e gridare allo spreco. Eppure noi conosciamo nella nostra realtà di oggi qualcosa che dà ragione a quella modalità ma in modo negativo e cioè pensiamo a quanti soldi si bruciano per i crack delle borse quando queste credono alle parole del momento, alle suggestioni, molte volte false, di ciò che succede nel mondo. Gli ‘infuriati’ si comportano così per un’infinità di motivi ma forse il principale può essere indicato nel non aver mai ricevuto un dono veramente gratuito ed importante. E non avendolo ricevuto guardano male la donna quasi che con quel gesto avesse voluto innalzarsi su di loro a cui morde la coscienza per il fatto di pensare solo ai soldi. Tra questi c’è Giuda che di fronte a quanto succede tira le sue conclusioni: “Allora Giuda Iscariota,..”. Egli anzitutto sente parlare il Signore di sepoltura e quindi è come se gli cadesse di fronte l’eroe su cui aveva poggiato le sue speranze e poi quando lo sente dire che l’atto di pietà compiuto dalla donna sarebbe stato raccontato in tutto il mondo è proprio allora che lo vede in un’altra luce. Ai suoi occhi Gesù che apprezzava così tanto un atto di devozione che relazione poteva più avere con l’uomo, forse il messia, venuto a liberare il popolo d’Israele? Ai nostri occhi invece l’atto della donna, rivolto a Gesù in un tu per tu veramente emozionante, ci consola rispetto a quanti vogliono vedere l’azione di Gesù ,e quindi dei suoi seguaci,sempre e comunque attraversati da un intento liberatorio dagli asservimenti che gli uomini perpetrano verso altri uomini. La grandezza dell’approccio di Gesù, che comunque è sempre sulla linea del grande comandamento dell’amore, è quello d’averci fatto toccare con mano come l’amore per Dio e quello per il prossimo non si escludono ma devono essere compresenti. Quando si staccano allora abbiamo solo le pratiche devote o un darsi da fare per la liberazione dei fratelli dimenticandoci che la vera liberazione occorre chiederla sempre al Signore.

sabato 6 marzo 2010

PER UN CASO STRANO DELLA SORTE ABBIAMO RIMEDITATO UN PASSO CHE TROVATE IN QUESTO STESSO BLOG

Pensiero prima della meditazione.

Nel Padre nostro noi recitiamo: ‘Dacci oggi il nostro pane quotidiano’. Il pane quello vero è quello che nutre il nostro spirito e quindi è la Parola di Dio. Questa Parola dà un vero significato alla nostra vita ma non in senso solo conoscitivo, e cioè come illuminazione della nostra mente, ma che ci da la forza per realizzare nella vita concreta quello che ci significa nel cuore. Questa Parola sta soprattutto sulla bocca del figlio Gesù a cui rese testimonianza il Padre sul monte Tabor quando fece udire ai discepoli questa voce: “Questo è il mio Figlio diletto: ascoltatelo!”.


Mc13,1-13


1Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». 2Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta». 3Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: 4«Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi?». L'inizio dei dolori 5Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nessuno v'inganni! 6Molti verranno in mio nome, dicendo: "Sono io", e inganneranno molti. 7E quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. 8Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori. 9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro. 10Ma prima è necessario che il vangelo sia proclamato a tutte le genti. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell'ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. 13Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.


Questo passo sembra rivolgersi alla distruzione del tempio di Gerusalemme. Distruzione che è stata qualcosa di terrificante e sconvolgente per il popolo d’Israele che avevano un fortissimo attaccamento al tempio come luogo di presenza del loro Dio e segno evidente della loro identità come popolo. Ma questo passo evoca in noi che viviamo oggi un effetto che in altre stagioni della nostra vita non abbiamo provato e cioè il renderci conto che viviamo in un mondo insicuro dove possono da un momento all’altro succedere sconvolgimenti catastrofici: pensiamo al primo tsunami, al terremoto dell’Aquila a quello di Haiti e all’ultimo del Cile. E la catastrofe riguarda non solo lo sconvolgimento della natura, l’abbattimento di intere città e la morte di centinaia e centinaia di persone, ma la qualità della vita dei sopravvissuti che, a vedere i telegiornali, ci offrono scene tremende di disgregazione umana. Ed il Signore allora attraverso questa rappresentazione di mali che possono capitare alla sua come ad ogni generazione ci dice di stare attenti, di badare a noi stessi e cioè a non farci prendere dalle folate di panico, ma di portare dentro a queste tristi situazioni una dimensione spirituale. Questo nostro modo di comportarci, e cioè l’attraversamento di queste difficoltà seguendo dei punti di luce nonostante che tutto sembri spingerci verso la paura e a reazioni inconsulte, deve servire,sempre secondo le parole del Signore, per rendere testimonianza agli altri dell’esistenza del regno di Dio su questa terra. Gesù ancora ci mette in guardia rispetto a coloro che cercano di mettere paura con le loro previsioni catastrofiche perché tolgono speranza alla gente ed indebolendo le persone provocano una sorta di scoramento del cuore e cioè uno spezzare quella fiducia originaria che è in tutti da coltivare piuttosto che abbattere. E’ da coltivare per essere più precisi la fiducia nel Padre e non una reinterpretazione della realtà che ha come ultima uscita il fallimento. Stiamo quindi attenti anche ai ballon d’assai che vengono lanciati e che provocano cedimenti e lavorio ai fianchi dell’umanità che se vuole rimanere tale deve rimanere sveglia e pronta a reagire per non svegliarsi un giorno, ahimè, in catene.


martedì 2 marzo 2010

trasfigurazione


BENEDETTO XVI


In questa seconda domenica di Quaresima 2010 la liturgia è domina­ta dall’episodio della Trasfigura­zione, che nel Vangelo di san Luca segue immediatamente l’invi­to del Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua! » ( Lc 9,23). Questo evento straordinario, è un incoraggiamento nella sequela di Gesù.

Luca non parla di Trasfigurazio­ne, ma descrive quanto è avve­nuto attraverso due elementi: il volto di Gesù che cambia e la sua veste che diventa candida e sfol­gorante, alla presenza di Mosè ed Elia, simbolo della Legge e dei Profeti. I tre discepoli che assi­stono alla scena sono oppressi dal sonno: è l’atteggiamento di chi, pur essendo spettatore dei prodigi divini, non comprende.

Solo la lotta contro il torpore che li assale permette a Pietro, Gia­como e Giovanni di « vedere » la gloria di Gesù. Allora il ritmo si fa incalzante: mentre Mosé ed Elia si separano dal maestro, Pietro parla e, mentre sta parlando, una nube copre lui e gli altri discepo­li con la sua ombra; è una nube, che, mentre copre, rivela la gloria di Dio, come avvenne per il po­polo pellegrinante nel deserto. Gli occhi non possono più vede­re, ma gli orecchi possono udire la voce che esce dalla nube: «Que­sti è il Figlio mio, l’eletto; ascol­tatelo!» (v. 35). I discepoli non sono più difron­te ad un volto trasfigurato, né ad una veste candida, né ad una
nu­be che rivela la presenza divina.
Davanti ai loro occhi, c’è « Gesù solo » ( v. 36). Gesù è solo davanti al Padre suo, mentre prega, ma, allo stesso tempo, « Gesù solo » è tutto ciò che è dato ai discepoli e alla Chiesa di ogni tempo: è ciò che deve bastare nel cammino. È lui l’unica voce da ascoltare, l’u­nico da seguire, lui che salendo verso Gerusalemme donerà la vi­ta e un giorno « trasfigurerà il no­stro misero corpo per confor­marlo al suo corpo glorioso « ( Fil 3,21).« Maestro, è bello per noi essere qui » ( Lc 9,33): è l’espressione e­statica di Pietro, che assomiglia spesso al nostro desiderio di fron­te alle consolazioni del Signore. Ma la Trasfigurazione ci ricorda che le gioie seminate da Dio nel­la vita non sono punti di arrivo, ma sono luci che Egli ci dona nel pellegrinaggio terreno,perché « Gesù solo » sia la nostra Legge e la sua Parola sia il criterio che gui­da la nostra esistenza.




venerdì 26 febbraio 2010

VEGLIATE!



Pensiero prima della meditazione


Il Signore chiama Mosè dal roveto ardente e lo chiama con il suo nome per ben due volte. Nello stesso modo in alcuni momenti della nostra vita anche noi veniamo chiamati da Lui con il nostro nome. Quando però ci chiama non è solo per attirare la nostra attenzione ma perché vuole invitarci ad iniziare un cammino. Non ad uno qualsiasi ma ad un cammino da svolgere che è già presente da qualche parte nelle pieghe del nostro passato.




Mc 13, 24-37


In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscureràe la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cieloe le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. 27Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando gia il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell'ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. Vegliare per non essere sorpresi State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E' come uno cheè partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».

E’ un invito ad un abbandono quotidiano al Signore in cui più che ad attivare la funzione di vegliare su se stessi è un invito a mettersi in relazione con qualcosa di più grande. Queste parole del Signore sono state spesso interpretate come uno spauracchio o una minaccia, ma invece vogliono stimolare a prendere coscienza di una realtà più vasta. Inoltre l’invito non è rivolto ad un singolo ma a vegliare assieme e quindi ci fa capire che da soli non è possibile farcela. Anche la comprensione della Parola non è un’impresa a conduzione personale, ma comunitaria ed in tal senso si inserisce la nostra piccola esperienza in cui vogliamo crescere nell’intelligenza della Parola non da soli ma insieme. Stando attenti però che questo aspetto comunitario non si traduca in forza che poi alla fine va a mettere il proprio insieme contro quello degli altri. Noi non vogliamo ascoltare noi stessi o farci forza dei nostri convincimenti ma vogliamo, per quanto ci è dato e nei limiti del nostro intendere, ascoltare la Parola che diventa per noi la verità che norma i nostri pensieri. Il Signore comunque ci invita a non addormentarci perché poi quando sono gli eventi negativi a svegliarci non dobbiamo sentirci traditi ma solo riconoscere che siamo noi stessi che ci siamo consegnati a ciò che non doveva succedere.

sabato 13 febbraio 2010

Pensiero prima della meditazione


Abbiamo già visto come nei giorni prima della creazione dell’uomo Dio orna i cieli e la terra in modo che diventino la casa dell’uomo. Oggi puntiamo la nostra attenzione non sulle parole ma sui gesti creativi del Signore. Egli si sta preparando ad avere una relazione con il tu umano e prepara questo incontro attraverso ciò che noi oggi chiamiamo ‘linguaggio non verbale’. E’ vero l’uomo non è stato ancora creato ma Dio compie i suoi gesti come se già lo avesse davanti. Anche a noi capita di preparare il terreno con una serie di gesti di attenzione verso chi vorremmo conoscere più da vicino. Il Signore Dio ha cominciato così a preparare la strada per avere di fronte a sé un uomo a cui poter rivolgere la parola e noi non possiamo essere da meno se vogliamo seguirlo su questa strada e quindi non dobbiamo limitarci al mondo delle parole ma estendere la nostra capacità d’amare ai gesti che in alcuni casi sono più espressivi delle stesse parole.




Mc 13
14Quando vedrete l'abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; 15chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; 16chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. 17Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! 18Pregate che ciò non accada d'inverno; 19perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall'inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. 20Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni.

Nella nostra vita dobbiamo essere pronti ad accettare anche i momenti di intensa sofferenza non solo personale ma collettiva. E ciò può venire quando un sistema che fino ad un momento prima aveva funzionato,o almeno sembrava, improvvisamente implode provocando quell’abominio della desolazione di cui parla il vangelo. Gesù qui si riferiva alla distruzione di Gerusalemme da parte dei romani e del contesto tragico in cui questa avvenne. Le sue parole, che a noi sembrano in un primo momento incredibili, perché abbiamo visto nella nostra storia del 1900 cose orribili dalla Shoah alla bomba atomica caduta ad Hiroshima, ma poi quando andiamo a leggere le notizie che dà Flavio Giuseppe sulla fine di Gerusalemme, dobbiamo ricrederci casomai non avessimo creduto alle parole di Gesù. Ciò che ci consola è sapere che nonostante gli uomini cerchino di distruggersi a vicenda c’è il Signore che veglia comunque sulla storia accogliendo la preghiere dei santi che sono dei panorami di pace sulle aride sponde di molte terre degli uomini.

giovedì 28 gennaio 2010

Pensiero prima della meditazione


Le prima parole di Dio nella Bibbia sono: ‘Sia la luce’, le altre riguardano le altre sette opere di creazione e cioè la creazione del cielo, la separazione della terra dalle acque e le piante, la crazione degli astri , dei pesci e degli uccelli ed infine la creazione degli animali e dell’uomo. Dio crea ma crea per un tu e cioè per l’uomo tuttavia prima di crearlo orna il creato perché egli posa viverci e starci bene. Non si preoccupa di metterselo subito davanti ma di creargli un contesto adatto e bello per portare avanti la sua esistenza. Anche a noi la parola deve servire per creare quel contesto favorevole e bello per incontrare il nostro prossimo. E se non vogliamo crearlo allora è meglio non metterci in relazione con lui perché creeremmo disastri.




Mc 13

1Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». 2Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta». 3Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: 4«Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi?». 5Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nessuno v'inganni! 6Molti verranno in mio nome, dicendo: "Sono io", e inganneranno molti. 7E quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. 8Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori. 9Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro. 10Ma prima è necessario che il vangelo sia proclamato a tutte le genti. 11E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell'ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. 12Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. 13Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato.


Nessuno ci inganni dice il Signore. Non preoccupiamoci quindi dei disastri esterni ma non perché non ce ne importi ma soprattutto perchè non ci distolgano dal dare un senso alla nostra vita. Solo così, nel caso questi disastri si concretizzino in persecuzioni, potremo essere pronti a dare la nostra testimonianza perché avremo tenuto ferma la barra della nostra vita sul punto luce del nome del Signore. Gesù inoltre suggerisce come affrontare i persecutori e ci anticipa il comportamento che terrà quando sarà portato alla loro presenza. Nessun odio quindi verso chi trascina in giudizio i figli di Dio perché questi sono chiamati a dare loro la testimonianza che Dio è amore e che l’occasione della persecuzione non è che uno scenario inventato da Dio per permettere a chi mai avrebbe avuto la possibilità di ascoltarne le parole di verità e d’amore di ascoltarle per bocca dei suoi testimoni. Gesù ci fa capire inoltre che la storia ci è data come tempo in cui proclamare la sua parola di salvezza e quindi che siamo chiamati a farlo. Non possiamo essere cristiani che ricevono la parola e la mettono in frigorifero oppure che la mettono nella madia, dove alla fine diventa inutile, ma subito nella pasta per farla lievitare. La parola di salvezza che ci è donata attiva un dinamismo a cui è consegnata anche la possibilità che altri la possano conoscere. Oggi invece il nostro vivere cristiano vive nella melassa di una omologazione dove non si percepisce che l’essere cristiani significa portare avanti la buona novella di un uomo Gesù che è stato amato dal Padre. Questo amore aborre da tutte le pratiche che le siano estranee e ciò espone alle persecuzioni tutti coloro che ne sono stati vinti. La persecuzione poi sia di Gesù come di chi lo segue è anche una prova perché la fedeltà e l’amore dichiarato a parole trovi in queste circostanze avverse l’occasione di manifestarsi in tutta la sua verità a beneficio di chi ne è testimone. Certo ci sarebbe piaciuto che il Signore non soffrisse per noi ma l’aver sopportato e vinto una prova così terribile ci ha fatto conoscer la grandezza, l’altezza e la profondità (sono parole di paolo) del suo amore per noi.

sabato 16 gennaio 2010

MARIA SINTESI DEI DUE COMANDAMENTI PIU' IMPORTANTI


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Pensiero prima della meditazione

Penninà era la prima moglie di Elkanà gli aveva dato dei figli. Anna invece che era la seconda moglie soffriva perché non ne aveva. Tuttavia il marito l’amava più della prima moglie. Questa situazione ci fa pensare che il Signore usa il linguaggio della compensazione e cioè un modo attraverso cui egli ci insegna il suo alfabeto. Il Signore compensa il dolore di Anna con l’amore speciale del marito verso di lei. Anche noi dovremmo chiederci nelle nostre giornate quando abbiamo avuto del dolore dove e come il Signore ha compensato il nostro dolore, perché il Signore compensa sempre.



Mc 11
28Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 29Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; 30amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi». 32Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v'è altri all'infuori di lui; 33amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. 35Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? 36Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore:Siedi alla mia destra,finché io ponga i tuoi nemicicome sgabello ai tuoi piedi. 37Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri.



Gesù è continuamente oggetto di richieste,di provocazioni, di domande. Certo a parte coloro che gli si avvicinavano per provocarlo o anche per fargli violenza non doveva essere facile per gli ebrei di quel tempo poter immaginare d’avere davanti addirittura il Figlio di Dio. Egli però fa miracoli, risuscita i morti, guarisce e si presenta come una persona fuori dal comune che il popolo amava e solo chi aveva paura di perdere il potere gli andò contro. Altri però anche se non arrivarono a confessare la sua divinità gli mostrarono interesse fino a dire, come Nicodemo, che Gesù veniva da Dio. Gesù da parte sua è consapevole di questa difficoltà e non sbandiera ai quattro venti questa sua identità perché essa prenderà forma in modo completo dopo la sua morte e resurrezione. Ama però mettere in confusione i suoi interlocutori criticando le loro certezze acquisite. E’ vero infatti che per via della carne il Messia che doveva venire era figlio di Davide, ma era pur vero, come fa notare Gesù, che Davide chiama suo Signore il Messia ed allora questi come può essere suo figlio? Gesù risponde alla domanda su ciò che è più importante ed inizia con : "Ascolta Israele!" E’ interessante per noi notare questo inizio perché l’invito non è rivolto ad una singola persona ma ad una entità plurale come lo è Israele. Per noi significa che non possiamo ascoltare la parola di Dio da soli senza che essere incardinati in una comunità di fede. Poi riflettendo sul secondo comandamento ed interrogandoci su che cosa significhi " Amerai il prossimo tuo come te stesso" scopriamo che noi ci amiamo quando ci percepiamo differenti dagli altri, con una nostra vocazione e personalità. Se dunque noi amiamo la nostra differenza, allora dobbiamo estendere questa modalità anche agli altri amandoli non per ciò che ci somiglia, ma per il loro essere differenti da noi. E di più come noi coltiviamo noi stessi facendo diventare la nostra differenza una differenza di qualità allora anche l’amore per gli altri deve includere la premura per aiutarli a crescere in una differenza di qualità. Occorre quindi non constatare che il prossimo è diverso da noi perché ciò porterebbe alla constatazione di una estraneità, ma aiutarli a promuovere la loro diversità. Se tutto ciò è fatto nell’amore si vivrà assieme al prossimo una vita vera. La Trinità, afferma don Tonino lo Bello, è la convivenza amorosa di tre persone diverse. Nel comandamento quindi possiamo trovare un riflesso della vita trinitaria. Se dunque siamo portati a stare con gli altri solo per le parti che ci corrispondono o ci somigliano ecco che imbrocchiamo una strada che alla fine porta ai respingimenti se non troviamo nulla che sia simile a noi.