giovedì 9 luglio 2009

LA MATEMATICA DI GESU'

Marco - Capitolo 8, 1-21

In quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano». Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta. I farisei domandano un segno dal cielo Allora vennero i farisei e
incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione». E lasciatili, risalì sulla barca e si avviò all'altra sponda. Il lievito dei farisei e di Erode Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non capite ancora?».

La prova del calcolo. Nella seconda moltiplicazione dei pani vi è un esplicito riferimento allo scetticismo e all'incredulità dei discepoli. Gesù sembra quasi sorpreso del fatto che essi abbiamo così in fretta dimenticato il suo miracolo, e che stiano ancora lì a discutere di quanti pani avrebbero avuto disponibili per il prossimo pasto. “Non vi ricordate” dice loro Gesù“ quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?”. Gli dissero: “Dodici”. «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?”. Gli dissero: “Sette”. E disse loro: “Non capite ancora?”. Sembra quasi una lezione di aritmetica di un Maestro della terza elementare, un maestro che spiega a fare i calcoli. Dunque, Gesù propone una strana didattica per le nostre teste dure, una didattica di tipo matematico: dovremmo capire l'importanza del 'suo pane' dal resto, considerando cioè 'l'avanzo d'amore' che la Grazia ci lascia, il residuo che opera in noi. Quasi che quell'avanzo fosse il codice-quoziente per risalire al miracolo, proprio come il resto serve per fare la prova di un calcolo e risalire al dividendo. Capita spesso di sertirsi sovrabbondanti e di voler fare del bene o, semplicemente, voler far bene una cosa. Ricordiamoci che questo impulso è come una delle ceste che i discepoli avanzarono dal miracolo dei pani: un residuo che ci dice, in una modalità spirituale, che c'è stato in noi un miracolo, una grazia ricevuta, che forse non ricordiamo.


Ed ancora: Il Pane è la sua Parola. Non possiamo vivere senza la sua Parola e possiamo riceverla solo se doniamo le poche parole che abbiamo.

Nelle situazioni dove ci viene chiesto molto ci trinceriamo spesso dietro la nostra effettiva povertà, ma il Maestro non ci chiede di dare le ricchezze che non abbiamo, ma solo la compassione iniziale perchè al resto penserà lui.

Il nostro atteggiamento davanti all'incredibile modo di vedere ed operare di Gesù è quello di fare i sordi e cioè di non voler comprendere e cosi' rimaniamo preda degli affabulatori e cioè del livito dei farisei. Questi giocano solo su ciò che si vede e cammina verso una morte che non prevede resurrezione.

domenica 26 aprile 2009

L'EMORROISSA




L'Emorroissa

Mc 5,25-34
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».

  • La donna aveva una perdita di sangue allo stesso modo che noi, sotto un’aspetto diverso, perdiamo il senso profondo della nostra unità quando ci allontaniamo dal Signore.


  • Lontani vorremmo guarire ma lontani non si può guarire.


  • Cerchiamo maestri e perdiamo tempo e soldi.


  • Incontrata la salvezza, anche per i limiti imposti dalla cultura nella quale viviamo, cerchiamo di entrarvi per una via laterale.


  • Entriamo per la porta di servizio mentre il cono di luce già risponde alla nostra volontà di riceverla ed è rispettosa dei nostri tempi per una perfetta guarigione.


  • Sentiamo che una forza nuova ci cambia la vita e ci sembra di toccare le stelle.


  • Però non è finita.


  • Il Signore vuole guardarci in modo diretto e ci cerca.


  • Ormai siamo suoi ma vuole iniziarci al dialogo con lui.


  • Abbiamo paura e tremiamo perché ci portiamo dietro un peso tremendo.


  • Il Signore ci rassicura con lo sguardo.


  • E noi gli diciamo la verità piangendo mentre le lacrime si trasformano in perle di luce.


  • Il Signore ci dà la pace e completa l’opera di guarigione.


  • Il cuore guarito ora poggia sulla fede nell’Amico tanto cercato e finalmente trovato.
Gabriele Patmos

Un commento di Bruno il Maggiore che dà luce e profondità storica al testo:





Il miracolo della guarigione della donna che soffriva di perdite di sangue si sarebbe prestato molto bene a sottolineare la potenza di Gesù. E invece non è su questo che l'evangelista ferma l'attenzione. Per comprendere il suo punto di vista dobbiamo far nostra la meraviglia dei discepoli: "Vedi la folla che ti stringe e domandi: chi mi ha toccato?". Appunto: perche la donna desidera non farsi notare e il Cristo sembra far di tutto per dar pubblicità al suo gesto? La legge dichiarava impura una donna che aveva perdite di sangue, e impuro diventava tutto ciò che essa toccava: ecco perchè la donna tocca la veste di Gesù di nascosto, approfittando della calca, ed ecco perchè si sente tanto colpevole, paurosa e tremante, quando si sente scoperta. Ed è per lo stesso motivo che Gesù dà pubblicita al suo gesto: vuol dichiarare pubblicamente di fronte a tutti che non si sente impuro perchè la donna lo ha toccato, e che le categorie del puro e dell'impuro non lo interessano. Gesù vede la donna nella sua malattia e nella sua fede, non attraverso lo schema culturale (e religioso) del puro e dell'impuro.

martedì 2 dicembre 2008

CHI E' VICINO A GESU'

Passi dei parenti di Gesù

[20]Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. [21]Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé».

I veri parenti di Gesù

[31]Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. [32]Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: «Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano». [33]Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». [34]Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! [35]Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre».

Qui è da chiedersi : chi è davvero ‘fuori’? La parola ‘fuori’’ ripetuta tre volte ci obbliga a chiederci chi in quella situazione era veramente fuori. Gesù non ha dubbi e con l’interrogare i presenti ci dice senza mezzi termini che è fuori colui che non si trova inserito lungo l’asse della volontà di Dio. Egli in quel momento la stava facendo perché un momento prima aveva scacciato i demoni tanto da far intervenire gli scribi che lo accusavano di cacciarli in nome di Beelzebùl. Con la sua risposta egli si rende indipendente da qualsiasi legame riferito all’ordine del sangue. Gesù è l’uomo libero che afferma non una libertà disconnessa da qualsiasi legame ma solo da quello che vorrebbe allontanarlo dal Padre. Il chiamare in causa Dio e la sua volontà è per lui un appello a chi vuole seguirlo per essergli veramente vicino per un comune destino di verità di giustizia e di amore. Chi lo segue così quindi realizza una unità che ha qualcosa di più forte di tutti legami carnali ma nello stesso tempo li richiama come per darcene una cifra approssimata.

martedì 25 novembre 2008

Mc 2, 20-30

[20]Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. [21]Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E' fuori di sé». [22]Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». [23]Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? [24]Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; [25]se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi. [26]Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. [27]Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l'uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. [28]In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; [29]ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna». [30]Poiché dicevano: «E' posseduto da uno spirito immondo».


Due mondi che si escludono a vicenda non possono coesistere assieme e quindi dove arriva il regno di Dio non può esservi quello dei demòni. Gli scribi a loro sono inescusabili volta perché non vogliono vedere che la realtà stessa è cambiata proprio davanti ai loro occhi. Ora però avvicinandoci da quella alla nostra realtà siamo invitati a discernere le forme attraverso cui, anche se in forme meno appariscenti, prende forma tra noi il mondo dei demoni. Vi prende forma tutte le volte che la vita di un uomo si allontana da Dio rimanendo privo di tutti gli aiuti che il Regno mette a disposizione di coloro che vi partecipano. Quando improvvisamente il nostro sistema immunitario difeso dagli angeli santi viene da noi colpevolmente disattivato ecco che poi ci troviamo a fare cose che non vorremmo fare dando agli spiriti immondi l’occasione di materializzarsi. Questo quando dipende da noi ma vi sono casi in cui come Gesù ci troviamo di fronte agli spiriti immondi degli altri. Come comportarsi allora? Ignorarli? Che cosa fa il Maestro? Egli entra in relazione con gli scribi e risponde alle loro provocazioni perché il suo fine non è la condanna ma la salvezza di ogni uomo che incontra. Dovrebbe essere così anche per noi ma solo una vita spirituale fortemente vissuta e una profondo legame d’amore con il Maestro potrà metterci in relazione con il suo Spirito per capire come comportarci.


martedì 18 novembre 2008


Istituzione dei Dodici


Mc 12

[13]Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. [14]Ne costituì Dodici che stessero con lui [15]e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. [16]Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; [17]poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; [18]e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo [19]e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.


Gesù chiama in disparte chi ama e non come esclusione di chi non è scelto ma in previsione di scegliere anche coloro che sembrano esclusi dalla prima chiamata. Gesù non predica un radicalismo religioso dove la cosa più importante è il rapporto diretto con Dio con la messa tra parentesi del contesto umano in cui esso accade. Egli non offre strumenti per ottenere l'illuminazione ma una via storica in cui è fondamentale il rapporto con lui e con i destinatari del suo messaggio di salvezza. Gesù infatti quando chiama qualcuno lo fa sempre in relazione al servizio che potrà rendere agli altri. Inoltre non chiama a caso ma guardando il cuore, il volto e l’essere totale delle persone che chiama: 'chiamò a sé quelli che egli volle'. Questo ci consola perché anche quando chiama noi non chiama un numero ma la nostra persona per intero e per sempre e non finchè gli serve una nostra capacità o qualità. C’è per ultimo una relazione stretta tra l’essere chiamati in disparte per stare con lui e la missione. Non si può infatti esercitare la missione senza mantenere forte e costante un rapporto con il Signore.
GABRIELE PATMOS

mercoledì 5 novembre 2008


La nostra pratica

Paolo in Filippesi 2 afferma : “[14]Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, [15]perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, [16]tenendo alta la parola di vita.” Noi quindi siamo invitati a risplendere come astri nel cielo ma questo ci riuscirà solo mettendo al centro della nostra vita la parola di Dio e la sua pratica. Parola che è difficile a comprendersi soprattutto quando si manifesta attraverso vicissitudini che ci colpiscono direttamente. Il Card. Martini nel suo libro ‘Conversazioni notturne a Gerusalemme? così scrive: “ Ho interrogato Dio come fanno anche i salmi: perché deve essere così? Poi mi è stato concesso di sentire ancora che dal dubbio nasce qualcosa di nuovo…….Naturalmente occorre molta fiducia in Dio, ma spesso si parte da dubbi, da domande.”. Anche la nostra lettura della Parola non vuole avere la pretesa di una comprensione immediata, ma solo la disposizione interiore di affrontare con fiducia anche il deserto del non senso perché sa che i propri dubbi e le proprie domande sono il terreno fecondo attraverso cui Dio ci farà pervenire le sue risposte.

Le folle al seguito di Gesù

[7]Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. [8]Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. [9]Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. [10]Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. [11]Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». [12]Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.
Da completo sconosciuto Gesù in poco tempo attira l’attenzione di folle provenienti dagli antipodi della Palestina come per noi sono la Sicilia ed il Piemonte. E’ il suo un apparire travolgente anche perché in lui opera una potente forza che guarisce molti. E’ il momento della manifestazione che è l’opposto del suo nascondimento. Una manifestazione da far comprendere e gestire in modo che nessuno potesse catturarlo in un ruolo che non era il suo ad es. quello di guaritore. Egli guariva sì ma il suo messaggio andava molto oltre. Plasticamente ciò viene evidenziato nel suo spostarsi sulla barca da dove poteva parlare e non solo guarire. Si capisce così perchè egli sgridi gli spiriti immondi. Gesù non vuole diventare un fenomeno da baraccone gestito dagli appetiti o dalle strategie nascoste di chi gli vuole male. E gli spiriti immondi non sono certo spiriti che amano il Signore e il loro intento quindi di intervenire sul modo come egli voleva farsi conoscere dal popolo di Israele non è che uno dei tanti modi attraverso cui essi lo avversavano. Gesù non ama le folle o meglio le ama cercando di umanizzarle. Ricordiamoci dell’episodio della moltiplicazione dei pani quando divise quelle migliaia di persone in gruppi di 50 o di 100. Nello stesso modo vuole che i suoi miracoli abbiano una ricaduta sul piano della relazione. Anche noi facciamo così quando vogliamo da Dio miracoli ma senza entrare in una vera relazione. Il tempo che abbiamo a disposizione in questa vita dovrebbe servirci ad esplorare l’infinita bellezza e l’esaltante percorribilità di un rapporto non con un Dio astratto, ma con uno fatto di carne ed ossa come noi.

sabato 1 novembre 2008


La nostra pratica

“ Durante la meditazione noi ci disponiamo ad accogliere la Parola di Dio lasciando cadere ogni preoccupazione circa la nostra capacità di comprenderla. Noi infatti confidiamo nel suo Autore e sul fatto che se ha voluto rivolgerci la sua Parola è perchè risuoni dentro di noi piena di significato. Inoltre grazie a ciò che della Parola avremo capito o alle domande o ai dubbi che essa avrà suscitato in noi potremo poi procedere ad approfondimenti di ampio respiro che la collochino nel contesto di tutta la Bibbia e nella comprensione che oggi ne ha la Chiesa. Vogliamo insomma che la Parola raggiunga la nostra persona come se fosse la prima volta proprio perché essa, pur essendo stata accolta e vissuta dall’umanità passata, deve essere di nuovo ascoltata da quella presente perché possa prendere corpo oggi nella nostra vita e nella società di cui facciamo parte.”


[23]In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. [24]I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». [25]Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? [26]Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». [27]E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! [28]Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato».

La Legge è stata data da Dio e quindi è buona perché riguarda essenzialmente l’alleanza fatta con il popolo d'Israele. Gesù stesso dice che neppure un suo iota andrà perso. La legge ha essenzialmente due funzioni la prima è quella di introdurre alla nuova alleanza portata da Cristo e la seconda quella di convincere l’uomo che egli è peccatore come ben ci ha fatto riflettere Paolo. In Gesù noi troviamo il cuore della Legge, e cioè quel cuore che l’ha pensata per aiutare l’uomo ad essere più umano e giusto, ed il metro per poterla interpretare correttamenete. Gli uomini hanno la tendenza a rendere piatto e senza cuore tutto ciò che è frutto delle intenzioni più nobili. Nel caso della legge divina essi per lo più non le permettono d’essere un vero aiuto e non un peso. Gesù non vuole che i suoi discepoli diano culto a Dio attraverso l’osservanza del sabato quando sono in gioco i bisogni fondamentali dell’uomo. Questo modo di pensare di Gesù dovrebbe farci riflettere su come ci rapportiamo alle regole. Le generazioni postsessantottine non corrono il rischio del rigorismo ma dell’insofferenza ad ogni sorta di regole perché vogliono vivere fino in fondo l’esperienza della libertà. Purtroppo se non si recupera un corretto rapporto con le regole sarà difficile avere un rapporto vero e profondo con i nostri simili. In un mondo di pari infatti tutto si gioca sul modo come noi viviamo le regole e cioè su come noi le riempiamo o le svuotiamo di senso. Da Gesù non abbiamo appreso a disprezzarle ma a renderle umane e cioè a viverle con quelle eccezioni che sono il modo migliore per affermarle salvo nei casi in cui esse sono completamente da abolire.

GABRIELE PATMOS

venerdì 24 ottobre 2008

IL DIGIUNO


La nostra pratica


La lettura della Parola di Dio va dall’Antico al Nuovo testamento. Solo in quest’ultimo però si trovano le chiavi interpretative dell’Antico. E’ come se si leggesse un romanzo che ha solo nella parte finale la chiave delle pagine precedenti.


[18]Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». [19]Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. [20]Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. [21]Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. [22]E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi».



Il digiuno è una pratica molto lontana dalle nostre abitudini e oggi vi rientra solo per dei motivi che non hanno nulla a che fare con la religione. Pensiamo ad es. ai digiuni per dimagrire. Se non digiuniamo però molte volte cerchiamo di avvicinarci al Signore privandoci di qualcosa. Dio però non ha bisogno delle nostre cose piuttosto è Lui che ce le dà. Questo brano di Marco ci permette di metter a fuoco questa grande verità e cioè che l’unico modo per toglierci dall’inquietitudine per una mancata relazione con Dio non è quello di dargli dei nostri sostituti ma noi stessi. Solo così possiamo vivere in presenza dello sposo ed essere veramente nel posto giusto senza altro bisogno se non di gioire con Lui. Quando verranno i momenti bui allora si capirà cosa fare ma finchè non li viviamo dobbiamo approfittare e stare al cospetto del Signore sempre.


GABRIELE PATMOS

Secondo quanto apprendiamo da rav Reuven Roberto Colombo gli ebrei digiunavano per questi motivi: “Tutte le volte che si è trovato a dover fronteggiare un pericolo, il popolo ebraico ha digiunato. Così troviamo che Moshè ha digiunato prima di entrare in guerra contro Amalèk. La ragione di questi digiuni è per affermare che l’uomo non deve prevalere grazie alla sua forza fisica, ma è solo grazie alla misericordia divina, che si ottiene pregando, che l’uomo può sperare di prevalere e vincere in battaglia. Questo, quindi, era anche lo scopo del digiuno osservato da Israele ai tempi di Hamàn e in ricordo di quel digiuno venne istituito un digiuno annuale da osservare in tutte le generazioni lo stesso giorno. Tramite esso sottolineiamo che D-o accetta la preghiera e il pentimento di ogni persona sia nel momento di pericolo che in quello del bisogno. “. Gesù non ha niente contro questo digiuno ma la sua risposta ci fa capire che nella storia è entrato qualcosa di più che la richiesta da parte degli uomini di un aiuto: è entrato lo Sposo divino. La grandezza di questa prospettiva ci fa capire come sia impossibile digiunare quando si è in festa. Gesù però continua dicendo che quando lo sposo non ci sarà più verrà il tempo del digiuno. I discepoli avrebbero dovuto quindi reintrodurre il digiuno dopo la sua ascensione cosa che hanno fatto. Tuttavia se ben guardiamo Gesù non ci ha lasciati soli perché lo sposo lo abbiamo sempre con noi nell’Eucarestia. Se dunque attraverso questa forma lo sposo è sempre con noi percè digiunare? Se infatti siamo nella gioia per la sua presenza come stare in una situazione di privazione se ogni privazione ci intristisce? Forse occorre entrare nelle pieghe della nostra umana realtà per capire come qualcosa che all’apparenza risulta depressiva possa invece cambiare di segno e diventare, non un mezzo per obbligare il divino Dio a darci qualcosa, ma un modo attraverso cui noi offriamo qualcosa di nostro a Dio facendo partecipare non solo la mente e il cuore, ma anche il corpo. Il digiuno allora diventa il nostro modo fisico per dirgli di sì e che ci teniamo a lui non solo a parole ma anche attraverso qualcosa che ci costa. Il digiunare è un modo diverso di declinare la gioia della sua presenza perché proprio nella mancanza, se davvero lo facciamo per aprire un vero canale di amore verso di Lui, troviamo l’appiglio fisico per legarci in modo costante (sull’onda della privazione che dal profondo ci interpella per un significato) al polo a cui abbiamo lanciato il nostro dono e cioè allo Sposo. Ecco perché non si può digiunare essendo tristi perché non testimonieremmo la gioia d’essere alla presenza dello Sposo. Il digiuno non è un obbligo, è un consiglio e non deve essere usato in modo masochistico per punirsi di qualcosa perché la sua gestione è solo una questione di rapporto con il Signore. Solo alla sua presenza possiamo capire se farlo e come farlo. Ora però ci si potrebbe ancora chiedere ma perché non puntare sempre a vivere la gioia che proviene dall’essere con lo sposo? Che bisogno c’è di inventarsi questa via privativa? La risposta è che una nostra parte della vita è esposta al sole e un’altra all’ombra ed è per questo che troviamo conveniente che la nostra umanità viva il suo rapporto con Dio da queste due prospettive. Un’ultima riflessione sul senso del digiuno ci porta a pensare che dal punto di vista simbolico il viverci sempre pieni di cibo abbia il potere di saturare anche le nostre capacità spirituali tanto da renderci indisponibili verso altre visitazioni meno materiali.

GABRIELE PATMOS

giovedì 16 ottobre 2008

Milano - Abbazia di Chiaravalle - Mercoledì 7-10-2008

La nostra pratica


Il rilassamento prima della lettura della Parola serve ad allontanare la nostra attenzione dai pensieri o dagli stati d’animo che sono contrari al silenzio interiore. Il concentrarsi sulle varie parti del corpo è come il completo aprirsi di una finestra alla luce del sole. La luce fugando le ombre farà diventare visibile tutto ciò che sta dentro la stanza e così nello stesso modo attraverso la concentrazione progressiva sulle varie parti del corpo è come se le dotassimo di una nuova consapevolezza. In effetti la concentrazione permette una sensibilizzazione di quelle parti che così vengono maggiormente irrorate dal sangue. In questo modo esponendo il nostro corpo fisico e i suoi sensi spirituali ad un clima di tranquillità noi ci prepariamo nel modo migliore e nel silenzio all’ascolto della Parola di Dio.







Chiamata di Levi e pasto con i peccatori
Marco 2, 13-17



Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì. Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. [Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?». Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori».



Il Signore esce sempre di nuovo verso di noi: non si ferma mai dal venirci incontro e chiamarci. Ci chiama senza guardare ai nostri meriti o demeriti. Egli non è attirato dai buoni ma da coloro che non hanno mai ricevuto dal loro ambiente una vera chiamata che apra di fronte a loro nuovi orizzonti. Questo sgarbo verso la meritocrazia Gesù la opera per offrire in modo chiaro e netto una visione dell’essere umano come di un essere che non ha alcun merito per il bene che ha dentro dal momento che gli è stato donato dal Padre. L’uomo gioca se stesso solo nel momento in cui accetta o non accetta questo dono. Gesù chiamando Levi gli indica per la prima volta il bene che ha dentro e senza giudicarlo lo invita ad una nuova vita. Con il suo invito accorcia in modo drastico le distanze che le consuetudini difensive degli uomini frappongono nei confronti di coloro che reputano ormai perduti. Il Maestro così ci insegna ad avvicinare il nostro prossimo con la stessa sua divina accelerazione. Inoltre con quel legare la sua venuta alla chiamata dei peccatori ci pone davanti ad un dilemma: noi siamo giusti o peccatori? Dalla risposta a questa domanda potremo capire molto di noi stessi e del nostro rapporto con il Signore.


Gabriele Patmos

mercoledì 8 ottobre 2008

GUARIGIONE DEL PARALITICO



Le quattro persone che portano il lettuccio si danno molto da fare, sono loro che scoperchiano il tetto, calano il malato… E Gesù, vista la loro fede, dice quel che dice e fa quel che fa. Talvolta dunque non è il malato a dover mostrare la sua fede ma chi lo ha preso in consegna. Siamo noi che dovremmo affidare un amico a Gesù, un malato, un povero… Questo testo mi fa pensare che d’ora in poi dovremmo farci carico di qualcuno - anche senza che egli lo sappia - magari uno zingaro, un povero che incontriamo al semaforo, un volto visto in Tv mentre soffre o mentre sbarca a Lampedusa…. presentiamolo a Gesù sul suo lettuccio come fosse il nostro paralitico. E di certo Gesù gli dirà: alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua.

Giusy Deiana